Quando l'arte scavalca l'etica? Il confine pericolosamente sottile.

L’arte ha la grande capacità di essere e contenere in sé tutti gli strumenti necessari per veicolare i messaggi più disparati, siano essi meramente estetici e/o autocelebrativi, sociali, funzionali, educativi o provocatori.

In particolare, l’arte provocatoria è rappresentata da maestri indiscussi come Cattelan, famoso per aver destato scalpore per la nota banana appesa al muro con lo scotch, o Banksy, un genio che si è avvalso della facoltà di nascondersi per mettere in risalto il vero scopo delle sue opere.

O ancora, Marina Abramović che da sempre si è fatta portatrice di messaggi di consapevolezza su delicatissimi temi politici, sfociando anche nella rappresentazione delle emozioni umane che, forse, è l’argomento più ostico perché facilmente banalizzabile.




In ogni caso, non vi è dubbio che un’arte dal sentore provocatorio sia essenziale per manifestare dissensi, dissapori, dispiaceri, gioie e riflessioni di un artista che è, per sua natura, colui che fa del mezzo artistico un vero e proprio “modus operandi”.


Ma la domanda che mi pongo io oggi è la seguente: quando il mezzo dell’arte perde la sua funzione provocatoria e scavalca l’etica diventando immorale?


Mi sono recentemente imbattuta in ciò che è sicuramente una riprova ammirevole di maestria e talento artistico ma non posso assolutamente dire altrettanto dal lato umano.

Si tratta del fenomeno delle “Reborn Dolls”.


Queste bambole sono vere e proprie opere d’arte, realizzate magistralmente da esperti artigiani (e anche di marketing aggiungerei!) a partire dagli anni Novanta, principalmente negli Stati Uniti.

Le Reborn Dolls erano un tesoro prezioso per i collezionisti, oggi rappresentano un’occasione in più per domandarci se davvero abbiamo bisogno che l’arte faccia questo.


In realtà, se le stesse bambole fossero limitate ad un mero piacere collezionistico non ci sarebbe alcun dibattito ma forse dovrei precisare perché siamo qui a parlarne.

Le Reborn Dolls si chiamano appunto “Reborn” che significa “Rinato” perché sono delle vere e proprie riproduzioni in silicone, più o meno accurate, di feti e bambini.

Il loro prezzo può oscillare tra i 500 e i 20mila euro.

La diatriba etica è stata sollevata, in Italia, dal blogger e scrittore Vincenzo Maisto, in arte «Il Signor Distruggere».


La follia non risiede però nel prezzo esorbitante perché di arte costosa ne abbiamo sempre avuto esempi, il vero problema qui è nel fatto che queste bambole vengono utilizzate da mamme o coppie di genitori come sostituti veri e propri di bambini che non sono mai nati o che purtroppo sono deceduti prematuramente.

Sì, perché alcuni abilissimi e furbissimi artigiani sono anche disposti a ricreare bambini in silicone con le sembianze del piccolo scomparso.

Non è tutto, YouTube pullula di video sconvolgenti dove le “mamme Reborn” (così si definiscono coloro che decidono di adottare una bambola del genere) raccontano la loro inquietante routine con i loro piccoli di gomma.

Per ovvie ragioni eviterò di aggiungere link diretti ma ci sono addirittura testimonianze di “parti Reborn”.

Parti, avete capito bene.

Tra le tante opzioni, potete anche scegliere di farvi inviare un feto in silicone fedelmente riprodotto all’interno della sacca amniotica piena di liquidi, con tutto il necessario per partorire la bambola: dalla mascherina chirurgica al certificato di nascita.

Sono tante le questioni su cui possiamo riflettere, prima tra tutte è la grande domanda: c’è qualcosa di etico in questo?

Personalmente, io credo proprio di no.

Non si tratta più di mero collezionismo perché se così fosse potrei anche accettare, forse, questa assurdità ma arrivare addirittura a ricreare un finto parto, ricreare bambini deceduti, ricreare vite intere insieme a oggetti inanimati ed incredibilmente inquietanti per me è sinonimo di qualcosa di profondamente sbagliato e per questo oggi dico che l’arte necessita di confini.

Il vero dramma qui non è solo lo scompenso psicologico che sicuramente alcuni soggetti si trovano ad affrontare nel momento in cui pensano che una bambola in silicone possa colmare i loro vuoti interiori ma anche l’etica degli artigiani che realizzano questi “pezzi d’arte” senza domandarsi se effettivamente coloro che lo acquisteranno ne faranno un uso saggio o meno.

Qualcuno potrà anche dire che non è compito dell’artista curarsi di come viene interpretata la sua arte ma io credo che sia una cosa che riguarda tutti noi nel momento in cui la tua stessa arte scavalca prepotentemente ogni forma etica e morale.

E sì, per questo io voglio una giustificazione affinché l’arte sia regolamentata tanto quanto ogni altro mezzo di espressione, per il bene e la salvaguardia di tutti.

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