Nighthawks: oltre la solitudine.

nb: nell’articolo viene proposta la mia interpretazione, perciò è del tutto personale!

Guardando le opere di Hopper, non è difficile sentire una grande voragine aprirsi nel petto.

La schiacciante verità dipinta nei suoi quadri è uno specchio di tutto ciò che spaventa l’essere umano: l’innegabile condizione di solitudine.


La solitudine, una parola così piccola con un significato così grande.

Quante volte ci siamo sentiti soli? Lo siamo sempre stati, forse, dal momento in cui siamo nati.

Nasciamo soli, questa è una delle poche cose che so con certezza.

Nell’evolversi del nostro percorso però capita di trovare qualche passante che decide di proseguire per una parte del cammino al nostro fianco.

E poi di nuovo solitudine e poi di nuovo compagnia e poi questa è la vita.

In apparenza, un meccanismo molto semplice e circolare.


Ma di semplice e circolare c’è ben poco ed Hopper questo lo sa bene.

Ciò che rende questo artista unico è il coraggio con cui espone sentimenti oscuri e li rende meravigliosamente normali.

A volte abbiamo paura di ammettere che ci sentiamo piccoli, vuoti, spaventati.

Ma credo che sia più che normale.

Siamo minuscoli esseri che vagano in una terra così grande, sarebbe da sciocchi pensare di poter controllare ciò che è infinitamente più enorme di noi.

E anche questo, Hopper lo sa bene.


Perciò, seppure il suo intento non sia narrare storie, inevitabilmente racconta quella di ognuno di noi e lo fa riportandola ad una condizione estremamente terrena, tangibile, reale, confrontabile.

Come quella del bar dei nottambuli.

A mio avviso, poche opere raccontano la solitudine così bene e così chiaramente.

La scena è limpida: quattro personaggi indefiniti, muti, necessari, essenziali e caratterizzati si trovano a condividere il momento dell’insonnia notturna nello stesso luogo.

Si tratta di un bar qualsiasi, non iconico in alcun modo, anonimo a primo impatto.

Di quelli in cui ti fermi se proprio devi, altrimenti te ne guardi bene dal passare lì.

L’interno presenta arredi che non ambiscono a descrivere nessuna particolare intenzione: un grande bancone di legno scuro, qualche tazzina poggiata su, tante sedute però vuote, una porta che conduce al retro, pareti giallognole che denotano un’indifferenza totale alla comunicazione.

E poi un’immensa vetrata che crea l’unico contatto con il mondo esterno di cui, però, i personaggi non sembrano volersi curare, ognuno ricurvo sulla propria esistenza.

Quel mondo esterno, ignorato dai protagonisti, esiste comunque ed è tinto da una luce verde timidissima che a malapena illumina la vetrina del negozio poco distante, anche questo anonimo più che mai, e una strada che di giorno aveva visto chissà quante vite affannarsi con i loro passi veloci provare a dorminarla ma ora è lì e non appartiene a nessuno.

Molti credono che i protagonisti dell’opera siano i veri rappresentanti della solitudine.

Io credo, invece, che sia lo stesso bar una gigante metafora del vuoto e i personaggi sono tutte quelle piccole esperienze che aggiungono profondità all’abisso.


Perché in fondo, noi siamo anche questo: un bar anonimo in un’ora dimentica, con una vetrata che spera di essere illuminata da qualche luce o che implora che qualche passante curioso si affacci a sincerarsi che, all’interno, qualcosa ancora accada.

E Hopper questo lo sa bene.



Con amore,

#IFL.

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