L’insostenibile invisibilità dell’essere.

Mi permetto di fare una piccola introduzione all’articolo che segue perché ci tengo a sottolineare personalmente quanto io sia felice di questa collaborazione.


“Il Circolo” nasce con l’obiettivo ben fissato all’orizzonte di diventare un ritrovo, un luogo sicuro dove esprimersi, raccontarsi e raccontare la propria visione con la certezza di trovare sempre qualcuno in grado di capirla.


Quando Giulia, fondatrice di Ikigai Interior Studio (nonché una delle mie amiche più care) mi ha detto che aveva pronto un articolo per il mio blog mi sono sentita onorata ed estremamente lusingata perché per la prima volta ho avuto evidenza del fatto che se la tua visione è forte, onesta e limpida non farai fatica a trovare chi la sosterrà insieme a te.

Ma questo spazio oggi è di Giulia, perciò vi lascio al suo articolo in cui ci parla della sua personale campagna di empowerment femminile attraverso una rubrica social chiamata “Women In Design”.


Con amore,

#IFL




L‘amore per il Design e la sua condivisione lega me e Ilaria in maniera profonda e intensa e ciò non poteva che portare a una collaborazione: sapevamo che sarebbe successo prima o poi perchè, anche se non ci credereste mai, questa è la prima volta che accade davvero.

Quindi finalmente posso dirlo? Eccomi qua a scrivere un articolo per Il Circolo. Non sono una scrittrice e non penso neppure di essere brava, ma allo stesso tempo credo che per parlare o scrivere di quello che si ama, non serva esserlo. Quello di cui abbiamo sempre bisogno, invece, è comunicare: il Design, come d’altronde ogni cosa, nasce per esprimere e veicolare messaggi, pensieri, storie ed emozioni. Non se ne può prescindere.

Cosa succede però quando sai farlo e non hai una voce? Essere un megafono in un coro da stadio è il motivo per cui nasce la rubrica “WOMEN IN DESIGN” sul profilo di Ikigai: non si parla solo di donne, ma di personalità e menti che si sono distinte in un momento storico in cui il Design o l’Architettura non erano considerate propriamente cose da donne, e di altre che lo fanno tutt’ora.

Siamo abituati a sentir parlare di Bruno Munari, Carlo Scarpa, Gio Ponti, Ettore Sottsass o Renzo Piano, senza renderci conto che assieme a loro dovremmo citare Nanda Vigo, Cini Boeri, Gae Aulenti, Zaha Hadid o Patricia Urquiola. Queste progettiste hanno avuto e hanno ancora coraggio, sono progressiste e lungimiranti nell’indicarci nuove strade, ed è per questo che il loro contributo è fondamentale e conoscere il loro lavoro, le ambizioni e le visioni diventa importante se si vuole parlare, completamente, di Design.

La verità è che non sono una rarità: la poliedrica Patricia Urquiola, ad esempio, è l’art director di Cassina e un nome molto presente tra i prodotti Moroso, la cui art director è ancora una donna, Patrizia Moroso; la visionaria Monica Mazzei, da anni vicepresidente di Edra, ha dato una svolta sensazionale all’azienda, creando un prodotto irriverente e innovativo. E ancora Daniela Ricciardi, manager di successo internazionale, è oggi l’amministratore delegato di Baccarat, tempio francese della cristalleria.

Potremmo andare avanti così per ore e ne troveremmo sempre di nuove perchè indipendentemente da quanto riecheggino i nomi maschili nella nostra mente, quelli femminili stanno urlando.


Il Design italiano del Novecento è stato patriarcale e le donne, nonostante fossero qualitativamente e quantitativamente rilevanti, sono sempre state marginalizzate o sottostimate; oggi però parlare di progettazione al femminile è un po’ più semplice, l’affermazione e la presenza di esse, sempre più comune. Detto questo, sappiamo quanto la strada sia ancora lunga, ma cambieremo le regole del gioco.

Promesso.



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